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Né sudditi, né
clienti: solo cittadini
In estrema sintesi
è stato questo lo spirito con cui 250 persone circa hanno
manifestato a Portoferraio, nel primo pomeriggio di sabato 25
ottobre, rispondendo alla chiamata del comitato "Su la
Testa". Pubblichiamo un documento con cui il comitato esprime
i motivi del suo impegno

C'è un tempo per
tutte le cose, si dice nella Bibbia. Questo per noi è il tempo di
alzare la testa: per vedere dove siamo e dove vogliamo andare, per
dire con forza che vogliamo un'altra politica, un diverso vivere
insieme, un'altra qualità della vita. Per farlo partiamo dal
rispetto della legge, dai diritti politici che poi sono anche i
doveri dei cittadini.
Partiamo (ma non ci
fermiamo qui) dalla giustizia, solo perché le violazioni della
legge sono state così vergognose che voltarsi ancora dall'altra
parte sarebbe una forma di complicità, l'ennesimo "silenzio
assenso" che è il primo via libera per ogni forma di
impunità. Ma la protesta contro il degrado istituzionale è solo,
ripetiamo, il punto di partenza. Il punto di arrivo è vivere una
piena cittadinanza.
Ci sono due
negazioni della cittadinanza, una antichissima, l'altra più
recente: essere sudditi; essere clienti. Il suddito non aveva
diritti, ma solo concessioni: il buon sovrano concedeva molto, il
cattivo sovrano concedeva poco. Tutto era favore.
Ma in politica non
si deve mai dire grazie. In politica i legami familiari o affini
non dovrebbero contare quasi nulla. Se la politica funziona,
diventa perfino secondario chi governa, perché ci sono leggi,
istituzioni e soprattutto perché i cittadini partecipano, hanno a
loro volta responsabilità.
Per questo non ci
sentiamo "giustizialisti" e meno che mai
"qualunquisti". Noi non pensiamo che la politica si
faccia nelle aule dei tribunali. I tribunali sanciscono solo il
degrado della politica, e in questo caso ci schieriamo decisamente
dalla parte della magistratura.
Né tanto meno
pensiamo di dividere il mondo in governanti cattivi e governati
buoni, come se classe politica e società civile non fossero
specchio una dell'altra. E qui veniamo alla forma più moderna di
cittadinanza negata: quando il suddito diventa cliente, e la
politica una specie di "shopping center".
E' una concezione
che si è andata facendo strada sempre di più, in maniera
subdola, soprattutto negli ultimi vent'anni: ognuno è portatore
di un interesse privato, la politica è la somma di tutti gli
interessi particolari. In pratica la continuazione del libero
mercato con altri mezzi. E' il vero cancro in metastasi della vita
sociale: la concezione privata del pubblico.
Di questa
degenerazione ognuno porta la sua parte di responsabilità, anche
se alla fine non tutti ne hanno ricavato qualcosa, e sicuramente
la collettività ne è uscita impoverita; "privata"
appunto, cioè spossessata di quella parte che per Hanna Arendt
rappresenta la qualità primaria dell'uomo, che è
"politico", cioè "socievole", o non è (e
ricorda provocatoriamente che l'aggettivo "privato" in
greco è "idion", che caratterizza gli "idiotes",
i non cittadini).
I cittadini non
sono clienti, che chiedono semplicemente all'amministrazione tutti
i servizi che non possono acquistare direttamente, o contrattano i
singoli "favori", magari anche quando sono dei diritti.
La distinzione fra "diritti" e "favori" è
importante anche per chiarire che non consideriamo legittimo tutto
quanto è legale. Pochi esempi per essere subito chiari e
tremendamente attuali.
Esempio numero uno:
si può anche vendere "legalmente" l'isola di Pianosa, o
un'intera spiaggia, o un pezzo di verde pubblico. Ma questo per
noi non è legittimo, e non accetteremo più di assistere
passivamente all'ennesimo fatto compiuto, anche a costo di attuare
forme di protesta (come un'occupazione simbolica) che potrebbero
essere inquadrate come "illegali", ma che sono invece il
sale di ogni democrazia.
Esempio numero due:
il cittadino extracomunitario che vive e lavora in Italia ma non
ha il permesso di soggiorno è in una situazione illegale ma, in
quanto persona, ha tutti i diritti sostanziali degli italiani:
diritto ad un trattamento dignitoso (non perché il padrone è
buono); diritto al giusto salario (idem); diritto ad essere curato
se si ammala (non perché la comunità fa beneficenza).
I diritti si
coniugano inevitabilmente con i doveri: il primo è quello
all'informazione. Diritto ad essere informati e dovere di
informarsi. Non esistono aree riservate, documenti "top
secret" o voci confidenziali. La pubblica amministrazione
deve essere trasparente, soprattutto quando si parla di soldi.
E' vergognoso che
ci vogliano mesi per accedere a documenti e bilanci, come è
successo per la Comunità montana (dove, non a caso, si doveva
nascondere la disinvoltura finanziaria del suo presidente). Chi
non ha nulla da temere non ha nulla da nascondere. E se un
responsabile non sa come vengono amministrati i soldi nella sua
area di competenza, non può trincerarsi dietro la sua ignoranza
(vera o falsa che sia): se ne deve andare per manifesta
incompetenza.
L'informazione deve
essere chiara e comprensibile; e questo è un richiamo a tutti gli
operatori dell'informazione: nascondersi dietro i linguaggi
tecnici, le sigle, i codici da specialisti è solo l'ennesima
gravissima deformazione provocata dalla visione privatistica della
"cosa pubblica" (della serie: un comune si amministra
come un'azienda; l'urbanistica è roba per geometri, il problema
dei rifiuti roba per ingegneri, e via con la varia
"tecnocrazia").
I giornalisti che
si limitano a fare da ufficio stampa alla classe dirigente non
hanno capito molto della loro funzione di "guardiani della
democrazia" o addirittura di essere chiamati a
"soddisfare gli afflitti e affliggere i soddisfatti" (è
una definizione di scuola americana, non di qualche talebano). Per
tutto questo, e per molto altro, è il momento di alzare la testa.
Comitato
"Su la testa"
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