L'ELBA INDUSTRIALE

La Portoferraio degli altiforni agli inizi del '900

 

di Giuliano Giuliani

 

Parte seconda

 

Fino al settembre 1943 l'Elba non fu direttamente coinvolta nelle vicende belliche, che al contrario, stavano sconvolgendo l'Italia. Ma l'armistizio dell'8 di quel mese con gli anglo-americani rese difficile la nostra posizione nel conflitto ed anche l'isola venne a trovarsi purtroppo in una guerra che onestamente stava divenendo insostenibile. Nei primi tre anni di conflitto lo stabilimento siderurgico di Portoferraio continuò la sua vita attiva e la produzione non subì in tutto quel periodo alcuna crisi. La situazione precipitò, come si è detto, l'8 settembre con il primo bombardamento tedesco, a cui seguì l'immediata occupazione dell'isola da parte delle truppe germaniche.

 

Da questo momento iniziò per l'Elba il calvario della guerra con tutte le sue risapute conseguenze. A quel tragico bombardamento tedesco, che non solo distrusse gran parte del centro storico della città ma che causò anche molte vittime, ne seguirono circa una ventina da parte degli alleati. Di queste incursioni aeree resta memorabile nella storia della nostra città quella del 19 marzo 1944, giorno di S. Giuseppe, perché fu un altro momento di grande distruzione e grave lutto.

 

In almeno tredici bombardamenti, dei circa venti che sconvolsero allora l'Isola d'Elba, furono sganciate sugli Alti Forni di Portoferraio non meno di 150 bombe che distrussero il lavoro e il sacrificio di circa mezzo secolo. Con lo sbarco dei francesi (17-20 giugno 1944), giunse anche per l'Elba la tanto sospirata liberazione, che concluse però in modo ancora più amaro e infausto il secondo conflitto mondiale

Portoferraio sotto le bombe

(Archivio Foresi)

La popolazione elbana, circa trentamila persone, si veniva infatti a trovare in una situazione assai difficile, basti dire che mancava anche del più fondamentale degli alimenti, il pane. C'era poi da risolvere il grave problema del lavoro e dell'economia elbana. Fu a tale proposito che nacquero delle Cooperative che si interessarono subito di rimuovere la grande quantità di macerie e di detriti dallo stabilimento degli Alti Forni per ripristinarlo al più presto e renderlo di nuovo attivo. Ma, al momento di affrontare la questione della necessaria riattivazione dell'impianto siderurgico, immediatamente sorsero, da parte della Società Ilva, i primi sconcertanti propositi di non voler ripristinare il complesso industriale.

 

Si stava purtroppo materializzando la paventata chiusura degli Alti Forni, che i dirigenti dell'Ilva, o meglio della Finsider, motivavano con la sua antieconomicità: lunghi tempi di ricostruzione (circa 4 anni), una spesa calcolata allora in 4 miliardi di lire che prevedeva il reimpiego di solo un quarto degli operai disoccupati di Portoferraio e un aumento del costo del prodotto valutato 10 lire in più al Kg. Una maggiorazione che secondo le stime dell'Azienda avrebbero portato l'intera produzione annua (100.000 tonnellate) ad un costo superiore di esercizio di circa 1 miliardo di lire l'anno. 

 

Bisogna dire però che, già alla fine del 1946, il Presidente e il Direttore dell'Ilva, in un colloquio con l'on. Morandi, avevano ammesso apertamente di essere stati obbligati a sostenere la tesi della antieconomicità dello Stabilimento di Portoferraio. Inoltre, quando quest'ultimo costituiva l'unico impianto della Società "Elba", questa riuscì a distribuire fra i suoi azionisti lauti dividendi, come è ampiamente documentato in due memorie dell'A.P.E. a firma Alberto Reiter, ex segretario Generale della società Ilva. E ancora nel 1924 la Società Aetalia, aspirante alla concessione delle miniere, al fine di ottenere anche la gestione dello Stabilimento di Portoferraio, sostenne per voce dei giuristi Paolo Emilio Bensa e Salvatore Barzilai, in base all'art.31 del capitolato del 1897, "che esso doveva ritenersi divenuto, come pertinenza delle Miniere, una proprietà dello Stato". La Società "Elba" però si oppose strenuamente e questo non sarebbe avvenuto se si fosse trattato di uno Stabilimento passivo.

 

All'inizio del 1947 sembrò che si aprisse uno spiraglio a favore delle maestranze elbane. Infatti, l'allora Ministro on.Morandi, dopo aver fatto eseguire gli opportuni studi sull'impianto, giunse alla conclusione che una immediata e parziale ricostruzione degli Alti Forni di Portoferraio, non avrebbe costituito un gran peso economico, ma piuttosto la soluzione più idonea alle pressanti necessità della produzione, per la quale solo la scarsità di ghisa rappresentava la difficoltà maggiore. Il Ministro Morandi ne diede notizia agli elbani mediante una lettera diretta all'A.P.E. nella quale si diceva fra l'altro: "Penso si possa ritenere lo studio della questione sotto l'aspetto sia economico che tecnico, con questo risultato: nessun'altra soluzione a parer mio si presenta possibile all'infuori della costruzione degli impianti, la quale è da iniziarsi senza ritardo. Poiché non c'è ragione di imporre all'Ilva, date le convinzioni in cui permane, di assumersene direttamente tutto l'onere, dovrà il Governo stabilire prontamente le condizioni alle quali l'operazione dovrà essere dall'Ilva stessa assunta, con l'intervento dello Stato, e con le integrazioni, ovvero le garanzie che può essere necessario prestare". Purtroppo tutto quanto era nelle intenzioni dell'on. Morandi non trovò alcuna attuazione.

 

Con la crisi politica dell'aprile-maggio 1947, la questione di Portoferraio rimase aperta. Succeduto al Ministro Morandi l'on.Togni, questi si dimostrò subito interessato alle sorti della siderurgia elbana. Fu per suo interessamento se l'Elba venne inclusa fra i territori beneficiari della legge 14 dicembre 1947 n°1598 per l'industrializzazione dell'Italia meridionale e insulare, un provvedimento che avrebbe dovuto costituire la rinascita dell'industria e della siderurgia. Durante il suo incarico la questione degli Alti Forni non parve poi così disperata. In un suo telegramma del marzo '48, scriveva agli elbani: "Conoscendo programma potenziamento industria siderurgica italiana in corso di esame in relazione finanziamenti americani assicuro che situazione et prospettiva Altiforni devansi considerare migliorate". Dopo le elezioni all'on. Togni successe l'on. Lombardo. Nel giugno una commissione di rappresentanze elbane presieduta dal Commissario Prefettizio di Portoferraio si recò a Roma, dove ebbe luogo una riunione, alla quale parteciparono oltre al nuovo Ministro dell'industria, l'on.Togni, Morandi, Bottai e Matteotti.

 

Da questa riunione anche i più scettici circa la sorte dello Stabilimento tornarono rincuorati dalle dichiarazioni fatte dal Ministro. Il problema degli Alti Forni, a parere del Ministro, non era affatto compromesso, "si trovava anzi in un momento migliore rispetto al passato", perché lo si sarebbe potuto esaminare in relazione alle direttive di applicazione del piano Marshal nel campo della siderurgia nazionale. Nella stessa riunione l'on.Lombardo invitò i presenti a non lasciarsi influenzare da notizie non attendibili, e ad aspettare con serenità le decisioni degli organi responsabili. Le parole dell'on. Lombardo avevano dato fiducia, e le maestranze elbane credettero fosse lecito sperare in una prossima e favorevole soluzione del problema per loro vitale. Ciò spiega il profondo dolore e l'umano senso di ribellione che gli operai e tutti gli elbani provarono quando, il 20 luglio, l'Ilva chiuse definitivamente i cancelli, non solo degli Alti Forni ma anche della Cementeria, che funzionava regolarmente, mentre gli ultimi 738 operai, non ancora licenziati, venivano messi in regime di integrazione per tre mesi. Questo grave provvedimento dimostrava una volta ancora che, nonostante l'interessamento e la buona volontà dei Ministri dell'Industria e del Commercio, la società Ilva, o meglio la Finsider, di cui la prima era una dipendente, aveva deciso inequivocabilmente di lasciare l'Elba e i suoi lavoratori ad un destino di sicura miseria.

 

Riprendeva a questo punto la dura lotta degli operai elbani e delle Autorità amministrative , politiche e sindacali. Delusioni, speranze, e ancora delusioni si protrassero nel tempo, finché il 12 febbraio 1949, "Il Comitato Cittadini per la difesa degli interessi elbani", con la presidenza del Commissario Prefettizio Mario Cascini, decise l'invio a Roma della Commissione Sindacale per discutere della questione dei licenziamenti e della chiusura degli Alti Forni.

 

Il 24 febbraio, la prima pagina del Corriere Elbano titolava:" Dopo due anni di trattative e di sopportazione la situazione di Portoferraio si è aggravata", e continuava: "Lunedì alle ore 18 le maestranze portoferraiesi hanno improvvisamente occupato lo stabilimento Alti Forni. Ad esse si sono uniti tutti i disoccupati locali, sì che oggi, dentro lo stabilimento, si calcola siano presenti circa 2000 persone. La centrale elettrica lavora solo nelle ore serali per l'illuminazione pubblica e delle abitazioni. Essa è presidiata dalla forza pubblica, come pure i locali della Direzione. Il Comitato Cittadino di Difesa degli interessi elbani ha ceduto nell'occasione la direzione del movimento ad un Comitato di Agitazione".

 

Così, dopo lunghi anni di paziente attesa, le promesse e le speranze elbane cadevano drasticamente, perché la Direzione Generale della Finsider riaffermava la smobilitazione totale dell'industria siderurgica. Dinanzi alla drammatica situazione che si era venuta a creare a Portoferraio a seguito dell'incredibile arbitrio commesso dalla Finsider (consistente nel licenziamento senza preavviso e sospensione del trattamento di integrazione alle maestranze) contrariamente al voto espresso dalla decima Commissione parlamentare nella seduta del 26 novembre 1948, si giunse, da parte delle maestranze, all'occupazione dello Stabilimento.

 

Fu solo per la saggezza dei dirigenti e delle Autorità locali, se non si arrivò al conflitto con la forza pubblica che circondava lo stabilimento. Verso la fine di febbraio, in una riunione alla Camera di Commercio di Livorno, presenti l'on. Gronchi e il Ministro dell'industria, on. Lombardo, furono discusse tutte le misure di emergenza da adottare. Fra queste, si ritenne necessario, per il riassetto economico dell'Isola, l'istituzione di una zona franca, che avrebbe creato le condizioni migliori per la ripresa economico-industriale elbana. Fu inoltre convenuto di inviare sul posto una Commissione interministeriale per esaminare in loco la situazione con tutti i suoi problemi e provvedere alla loro risoluzione.

 

Il 22 marzo si riunì la Commissione interministeriale che in una seduta di quasi cinque ore discusse i vari problemi. Si giunse alla conclusione che non potendo pensare ad una riattivazione degli Alti Forni la Finsider doveva almeno cedere alla città e alla Amministrazione il territorio delle ex Saline, dove era sorto mezzo secolo prima il complesso industriale elbano. Il 17 settembre giunse nelle mani del Comitato Cittadino per la Difesa degli interessi elbani la tanto attesa relazione della Finsider che, nel suo contenuto, tentava di conseguire un ulteriore decurtazione delle concessioni già concordate in precedenza con pretese di adeguati compensi.

 

Lo scopo dell'Ilva era di capovolgere la situazione a suo favore (facendosi passare per la "vittima della calamità" da essa stessa provocata con l'infausta decisione di non riattivare lo stabilimento) ignorando per altro, dopo cinque anni di pene e di inganni, che il Comitato Cittadino agiva nell'interesse generale, quale rappresentante di tutte le categorie della popolazione, con l'unico scopo di creare nuove possibilità di lavoro per le maestranze disoccupate a seguito di quella chiusura, valorizzando il comprensorio dove gli Alti Forni sorgevano con la formazione di una nuova zona industriale e con la riattivazione della intatta ed efficiente Cementeria. Il giorno dopo in una seduta straordinaria lo stesso Comitato deliberava all'unanimità di non accogliere le nuove proposte della società Ilva "perché gravemente lesive degli interessi di Portoferraio".

 

Il 26 gennaio 1951, si conclusero a Roma le trattative tra l'Ilva, il Commissario Prefettizio di Portoferraio Cascini ed alcuni membri del Comitato Cittadino in merito alla cessione gratuita al Comune di Portoferraio, da parte dell'Ilva, di importanti beni mobili e immobili che facevano parte del complesso industriale dello stabilimento sociale del capoluogo elbano. Qualche giorno dopo in una memorabile assemblea al teatro dei Vigilanti, dinanzi a tutto il popolo portoferraiese, il Comitato cittadino prese formale impegno di portare a buon termine il programma di lavoro sufficiente a ridare alla città e all'Isola un minimo di benessere ( tra le voci del programma figurava in primo piano il turismo).