La popolazione elbana, circa
trentamila persone, si veniva infatti a trovare in una situazione assai
difficile, basti dire che mancava anche del più fondamentale degli
alimenti, il pane. C'era poi da risolvere il grave problema del lavoro
e dell'economia elbana. Fu a tale proposito che nacquero delle
Cooperative che si interessarono subito di rimuovere la grande quantità
di macerie e di detriti dallo stabilimento degli Alti Forni per
ripristinarlo al più presto e renderlo di nuovo attivo. Ma, al momento
di affrontare la questione della necessaria riattivazione
dell'impianto siderurgico, immediatamente sorsero, da parte della Società Ilva, i primi sconcertanti propositi di non voler ripristinare
il complesso industriale.
Si stava purtroppo materializzando la
paventata chiusura degli Alti Forni, che i dirigenti dell'Ilva, o
meglio della Finsider, motivavano con la sua antieconomicità: lunghi
tempi di ricostruzione (circa 4 anni), una spesa calcolata allora in 4
miliardi di lire che prevedeva il reimpiego di solo un quarto degli
operai disoccupati di Portoferraio e un aumento del costo del prodotto
valutato 10 lire in più al Kg. Una
maggiorazione che secondo le stime dell'Azienda avrebbero portato
l'intera produzione annua (100.000 tonnellate) ad un costo superiore
di esercizio di circa 1 miliardo di lire l'anno.
Bisogna dire però
che, già alla fine del 1946, il Presidente e il Direttore dell'Ilva,
in un colloquio con l'on. Morandi, avevano ammesso apertamente di
essere stati obbligati a sostenere la tesi della antieconomicità
dello Stabilimento di Portoferraio. Inoltre, quando quest'ultimo
costituiva l'unico impianto della Società "Elba", questa riuscì a
distribuire fra i suoi azionisti lauti dividendi, come è ampiamente
documentato in due memorie dell'A.P.E. a firma Alberto Reiter, ex
segretario Generale della società Ilva. E ancora nel 1924 la Società Aetalia, aspirante alla concessione delle miniere, al fine di ottenere
anche la gestione dello Stabilimento di Portoferraio, sostenne per
voce dei giuristi Paolo Emilio Bensa e Salvatore Barzilai, in base
all'art.31 del capitolato del 1897, "che esso doveva ritenersi
divenuto, come pertinenza delle Miniere, una proprietà dello
Stato". La Società "Elba" però si oppose strenuamente e questo
non sarebbe avvenuto se si fosse trattato di uno Stabilimento passivo.
All'inizio
del 1947 sembrò che si aprisse uno spiraglio a favore delle
maestranze elbane. Infatti, l'allora Ministro on.Morandi, dopo aver
fatto eseguire gli opportuni studi sull'impianto, giunse alla
conclusione che una immediata e parziale ricostruzione degli Alti
Forni di Portoferraio, non avrebbe costituito un gran peso economico,
ma piuttosto la soluzione più idonea alle pressanti necessità della
produzione, per la quale solo la scarsità di ghisa rappresentava la
difficoltà maggiore. Il Ministro Morandi ne diede notizia agli elbani
mediante una lettera diretta all'A.P.E. nella quale si diceva fra
l'altro: "Penso si possa ritenere lo studio della questione sotto
l'aspetto sia economico che tecnico, con questo risultato:
nessun'altra soluzione a parer mio si presenta possibile all'infuori
della costruzione degli impianti, la quale è da iniziarsi senza
ritardo. Poiché non c'è ragione di imporre all'Ilva, date le
convinzioni in cui permane, di assumersene direttamente tutto l'onere,
dovrà il Governo stabilire prontamente le condizioni alle quali
l'operazione dovrà essere dall'Ilva stessa assunta, con l'intervento
dello Stato, e con le integrazioni, ovvero le garanzie che può essere
necessario prestare". Purtroppo tutto quanto era nelle intenzioni dell'on. Morandi non trovò alcuna attuazione.
Con
la crisi politica dell'aprile-maggio 1947, la questione di
Portoferraio rimase aperta. Succeduto al Ministro Morandi l'on.Togni,
questi si dimostrò subito interessato alle sorti della siderurgia elbana. Fu per suo interessamento se l'Elba venne inclusa fra i
territori beneficiari della legge 14 dicembre 1947 n°1598 per
l'industrializzazione dell'Italia meridionale e insulare, un
provvedimento che avrebbe dovuto costituire la rinascita
dell'industria e della siderurgia. Durante il suo incarico la
questione degli Alti Forni non parve poi così disperata. In un suo
telegramma del marzo '48, scriveva agli elbani: "Conoscendo
programma potenziamento industria siderurgica italiana in corso di
esame in relazione finanziamenti americani assicuro che situazione et
prospettiva Altiforni devansi considerare migliorate". Dopo le
elezioni all'on. Togni successe l'on. Lombardo. Nel giugno una
commissione di rappresentanze elbane presieduta dal Commissario
Prefettizio di Portoferraio si recò a Roma, dove ebbe luogo una
riunione, alla quale parteciparono oltre al nuovo Ministro
dell'industria, l'on.Togni, Morandi, Bottai e Matteotti.
Da
questa riunione anche i più scettici circa la sorte dello
Stabilimento tornarono rincuorati dalle dichiarazioni fatte dal
Ministro. Il problema degli Alti Forni, a parere del Ministro, non era
affatto compromesso, "si trovava anzi in un momento migliore
rispetto al passato", perché lo si sarebbe potuto esaminare in
relazione alle direttive di applicazione del piano Marshal nel campo
della siderurgia nazionale. Nella stessa riunione l'on.Lombardo invitò
i presenti a non lasciarsi influenzare da notizie non attendibili, e
ad aspettare con serenità le decisioni degli organi responsabili. Le
parole dell'on. Lombardo avevano dato fiducia, e le maestranze elbane
credettero fosse lecito sperare in una prossima e favorevole soluzione
del problema per loro vitale. Ciò spiega il profondo dolore e l'umano
senso di ribellione che gli operai e tutti gli elbani provarono
quando, il 20 luglio, l'Ilva chiuse definitivamente i cancelli, non
solo degli Alti Forni ma anche della Cementeria, che funzionava regolarmente, mentre gli ultimi 738 operai, non ancora licenziati,
venivano messi in regime di integrazione per tre mesi. Questo grave
provvedimento dimostrava una volta ancora che, nonostante
l'interessamento e la buona volontà dei Ministri dell'Industria e del
Commercio, la società Ilva, o meglio la Finsider, di cui la prima era
una dipendente, aveva deciso inequivocabilmente di lasciare l'Elba e i
suoi lavoratori ad un destino di sicura miseria.
Riprendeva
a questo punto la dura lotta degli operai elbani e delle Autorità
amministrative , politiche e sindacali. Delusioni, speranze, e ancora
delusioni si protrassero nel tempo, finché il 12 febbraio 1949,
"Il Comitato Cittadini per la difesa degli interessi elbani",
con la presidenza del Commissario Prefettizio Mario Cascini, decise
l'invio a Roma della Commissione Sindacale per discutere della
questione dei licenziamenti e della chiusura degli Alti Forni.
Il 24
febbraio, la prima pagina del Corriere Elbano titolava:" Dopo due
anni di trattative e di sopportazione la situazione di Portoferraio si
è aggravata", e continuava: "Lunedì alle ore 18 le
maestranze portoferraiesi hanno improvvisamente occupato lo
stabilimento Alti Forni. Ad esse si sono uniti tutti i disoccupati
locali, sì che oggi, dentro lo stabilimento, si calcola siano
presenti circa 2000 persone. La centrale elettrica lavora solo nelle
ore serali per l'illuminazione pubblica e delle abitazioni. Essa è
presidiata dalla forza pubblica, come pure i locali della Direzione.
Il Comitato Cittadino di Difesa degli interessi elbani ha ceduto
nell'occasione la direzione del movimento ad un Comitato di
Agitazione".
Così,
dopo lunghi anni di paziente attesa, le promesse e le speranze elbane
cadevano drasticamente, perché la Direzione Generale della Finsider
riaffermava la smobilitazione totale dell'industria siderurgica.
Dinanzi alla drammatica situazione che si era venuta a creare a
Portoferraio a seguito dell'incredibile arbitrio commesso dalla Finsider (consistente nel licenziamento senza preavviso e sospensione
del trattamento di integrazione alle maestranze) contrariamente al
voto espresso dalla decima Commissione parlamentare nella seduta del
26 novembre 1948, si giunse, da parte delle maestranze,
all'occupazione dello Stabilimento.
Fu
solo per la saggezza dei dirigenti e delle Autorità locali, se non si
arrivò al conflitto con la forza pubblica che circondava lo
stabilimento. Verso la fine di febbraio, in una riunione alla Camera
di Commercio di Livorno, presenti l'on. Gronchi e il Ministro
dell'industria, on. Lombardo, furono discusse tutte le misure di
emergenza da adottare. Fra queste, si ritenne necessario, per il
riassetto economico dell'Isola, l'istituzione di una zona franca, che
avrebbe creato le condizioni migliori per la ripresa
economico-industriale elbana. Fu inoltre convenuto di inviare sul
posto una Commissione interministeriale per esaminare in loco la
situazione con tutti i suoi problemi e provvedere alla loro
risoluzione.
Il
22 marzo si riunì la Commissione interministeriale che in una seduta
di quasi cinque ore discusse i vari problemi. Si giunse alla
conclusione che non potendo pensare ad una riattivazione degli Alti
Forni la Finsider doveva almeno cedere alla città e alla
Amministrazione il territorio delle ex Saline, dove era sorto mezzo
secolo prima il complesso industriale elbano. Il 17 settembre giunse
nelle mani del Comitato Cittadino per la Difesa degli interessi elbani
la tanto attesa relazione della Finsider che, nel suo contenuto,
tentava di conseguire un ulteriore decurtazione delle concessioni già
concordate in precedenza con pretese di adeguati compensi.
Lo scopo dell'Ilva era di capovolgere la situazione a suo favore (facendosi
passare per la "vittima della calamità" da essa stessa
provocata con l'infausta decisione di non riattivare lo stabilimento)
ignorando per altro, dopo cinque anni di pene e di inganni, che il
Comitato Cittadino agiva nell'interesse generale, quale rappresentante
di tutte le categorie della popolazione, con l'unico scopo di creare
nuove possibilità di lavoro per le maestranze disoccupate a seguito
di quella chiusura, valorizzando il comprensorio dove gli Alti Forni
sorgevano con la formazione di una nuova zona industriale e con la
riattivazione della intatta ed efficiente Cementeria. Il giorno dopo in
una seduta straordinaria lo stesso Comitato deliberava all'unanimità
di non accogliere le nuove proposte della società Ilva "perché
gravemente lesive degli interessi di Portoferraio".
Il
26 gennaio 1951, si conclusero a Roma le trattative tra l'Ilva, il
Commissario Prefettizio di Portoferraio Cascini ed alcuni membri del
Comitato Cittadino in merito alla cessione gratuita al Comune di Portoferraio, da parte dell'Ilva, di importanti beni mobili e immobili
che facevano parte del complesso industriale dello stabilimento
sociale del capoluogo elbano. Qualche giorno dopo in una memorabile
assemblea al teatro dei Vigilanti, dinanzi a tutto il popolo portoferraiese, il Comitato cittadino prese formale impegno di portare
a buon termine il programma di lavoro sufficiente a ridare alla città
e all'Isola un minimo di benessere ( tra le voci del programma
figurava in primo piano il turismo).